Nella Cina liberata dal coronavirus è revenge spending: “spesa della vendetta”. L’Italia riuscirà a cogliere l’opportunità?


March 21, 2020

Mentre gran parte dell’Occidente si chiude in casa per combattere il Coronavirus, la Cina prova a rialzare le saracinesche e torna gradualmente alla normalità.

Ci sono quarantene obbligatorie per chi torna dall’estero e ancora delle restrizioni nella provincia dello Hubei e a Wuhan – spiega Filippo Fasulo, direttore del centro studi per l’impresa della Fondazione Italia Cina – Ma nel resto del Paese le limitazioni sono state ampliamente ridotte e circa il 70% dell’attività economica si sta riprendendo, complice la notizia dei zero contagi interni di giovedì”.

 

 

Tutto si era drammaticamente bloccato in occasione del Capodanno cinese che assieme all’anniversario della Repubblica popolare a metà ottobre rappresenta la principale festività dell’anno (un po’ come il nostro Natale), periodo nel quale si concentrano i viaggi verso l’estero.

“E’ proprio nel settore turistico e in quello del lusso che ci aspettiamo di registrare un primo effetto rimbalzo da parte delle fasce medio-alte dei consumatori” continua Fasulo.

Gli analisti lo definiscono ‘revenge spending’: la popolazione, che per settimane ha concentrato la propria spesa su prodotti essenziali come generi alimentari, disinfettanti e mascherine, ora ha voglia di ‘vendetta’. O meglio, di consolarsi, aprendo il portafoglio anche per il superfluo.

Il fenomeno nel Paese del Dragone fu etichettato all’inizio degli Anni Ottanta dopo la Rivoluzione Culturale: il modello della vita agiata conquistò la psicologia del ceto medio cinese, mentre Deng Xiaoping teorizzava che l’’Arricchirsi è glorioso’.

Non è un caso che i Paesi asiatici abbiano affrontato meglio di quelli occidentali la crisi sanitaria – prosegue Fasulo – Tra il 2002 e il 2003, la Sars devastò la Cina meridionale e Hong Kong, con un tasso di mortalità che raggiunse il 10% della popolazione. Politica e sistema sanitario hanno fatto tesoro della lezione e hanno affrontato con meno incertezza la quarantena da Coronavirus”.

Nell’ottobre del 2003, alla prima occasione festiva dopo la crisi, il numero di voli fece un balzo del 200% rispetto all’anno precedente. Un vero e proprio boom che ora attende il bis.

Ecco allora che non stupiscono le code fuori dalle maison del lusso come Chanel, Louis Vuitton e Salvatore Ferragamo. L’85% delle 3.600 gioiellerie della più grande catena cinese, Chow Tai Fook Jewellery Group, che è anche il più grande gruppo del settore al mondo per fatturato, ha riaperto addirittura prima della GDO. Una ricerca della normalità che fa da perfetto contraltare alla frenetica invasione dei nostri supermercati.

In Italia è prematuro e anacronistico parlare di ripresa economica in questo momento, ma il mercato del lusso subirà una forte ristrutturazione nei prossimi mesi – spiega Fasulo – Il 30% dei consumi globali nel settore è attribuibile ai cinesi e tre quarti dei loro consumi vengono effettuati all’estero, specialmente in vacanza. E’ una grande occasione per il nostro Paese, che si parli di ‘revenge spending’ o semplicemente di spesa differita. Quello che devono tenere presente le aziende italiane è che i cinesi saranno i primi a tornare a comprare il Made in Italy. Può sembrare intuitivo, ma è bene rimarcarlo”.

 

Così come la domanda di prodotti di qualità era già molto forte e in crescita, anche sul settore sanitario e su quello dell’Healty Food ci sarà ancora più attenzione, principalmente per due fattori: la maggiore capacità di spesa e l’invecchiamento della popolazione. In questo senso si inserisce la cooperazione tra il governo italiano e quello cinese nella cosiddetta Via della Seta sanitaria. Lo scorso 16 marzo, durante una conversazione telefonica con il premier Giuseppe Conte, Xi Jinping ha voluto rimarcare il proprio contributo per la lotta contro il Covid-19, inviando la delegazione di medici con rifornimenti e consulenza, esportando il «modello Wuhan».

Già da decenni l’Italia punta sulla sanità come ambito di cooperazione, sfruttando prodotti farmaceutici, di diagnostica e sistemi di organizzazione – conclude Fasulo – Tutto dipenderà dalla nostra capacità di uscire dalla crisi Coronavirus con un’immagine positiva”.

Insomma, l’export tricolore è chiamato ad una grande e remunerativa sfida nei prossimi mesi, quando quest’incubo sarà finito.

Fonte: business

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