Pari opportunità: i club per soli uomini in Italia dove le donne non possono diventare socie. Retaggi da scardinare


September 29, 2021

Sì come ospiti e frequentatrici ma no alla prestigiosa 'membership'. I club per soli uomini sono uno dei fenomeni sociali più difficili da cambiare e un vero e proprio retaggio del passato. Non c'è legge, in teoria, che imponga al loro interno quote rosa, ma nemmeno sensibilità sociale che possa sollecitare un cambiamento. A differenza di ciò che accade all'estero dove alcune donne cominciano a farsi sentire. Ecco qual è la situazione nel nostro Paese.

Il divieto è di quelli altisonanti. In Italia ci sono posti dove lo status di socio, ossia il grado più alto dell’associazionismo, è precluso alle donne. Accade all'interno di organizzazioni esclusive, a Roma come a Napoli, in quelle di indirizzo sportivo o ricreativo, dove le donne - o le persone che si identificano come tali - possono accedere al massimo come ospiti e frequentatrici. Bizzarro in una società dove i valori della parità sono sempre maggiormente condivisi. Poiché se da una parte parliamo di luoghi nati per la maggior parte dei casi tra la fine del 1700 e i primi del 1900 e all'epoca organizzati intorno a due principali forme di privilegio - quello di classe (ricchezza) e quello di genere (maschile) - è anche vero che ancora oggi si tratta di sacche che resistono al cambiamento pur rimanendo luoghi ambiti e frequentati in larga parte dalla classe dirigente del Paese. Insomma, tra passato e presente, tra una società in cui i club per soli gentiluomini erano perfettamente 'normali' e una più aperta a includere il femminile, non è poi cambiato molto.

Dove le donne non possono diventare socie

L’Unione Circoli Italiani è l'associazione che riunisce 18 circoli tra i più importanti e prestigiosi. Abbiamo parlato al telefono con alcuni di loro chiedendo informalmente se le donne potessero diventare o meno socie. Al Circolo della Caccia di Roma, fondato nel 1922, confermano che le donne non possono accedere allo status. Telefoniamo anche alla Società del giardino di Milano, fondata nel 1783 e inserita tra i dieci circoli più antichi al mondo. La situazione è la stessa: le donne non sono ammesse al ruolo di socie. Al Clubino di Milano, nato nel 1901 e ritrovo dell'antica aristocrazia milanese, alle donne tocca la stessa sorte. Uguale al Circolo dell'Unione di Napoli. Se si prova a chiedere il perché delle decisioni, molti rimandano a ciò che è scritto nello statuto, e quindi si appellano sostanzialmente a uno status quo risalente però almeno al secolo scorso.

All'interno dell'Unione Circoli Italiani non è tuttavia incluso il noto Circolo Aniene di Roma. Ma al suo interno vige la stessa regola: possono diventare soci solo gli uomini maggiorenni di sesso maschile, recita lo statuto pubblicato sul sito. Una regola non in vigore per i soci atleti. Per la loro categoria sono ammessi soci di ambosessi. Al Circolo Canottieri Roma, altro storico circolo romano di indirizzo sportivo, possono invece diventare soci gli individui senza distinzione di genere.

Che cosa vuol dire 'no donne socie' sul piano pratico dipende dalle regole interne dei circoli o dei club. In alcuni casi le non-socie possono frequentare gli spazi collettivi come ospiti o famigliari ma non avere particolare diritto di prelazione rispetto ai servizi disponibili (dall'utilizzo delle sale comuni, agli eventi di intrattenimento, all'uso delle strutture sportive).

Gli statuti dei club: quale obbligo?

Dal punto di vista formale, i circoli sono associazioni private e governate dai loro statuti. Per essere fondate devono soprattutto adempiere a precisi obblighi fiscali e patrimoniali. Ma confrontandosi con ciò che avviene all'estero, in particolare a Londra, metropoli che vanta una lunga tradizione di club per soli uomini, il margine di un dubbio, anche legale, può esistere. Del resto altrove si manifestano tentativi di cambiare lo status quo da parte della società civile o si afferma l'idea che per superare le barriere non sia sufficiente rispondere con un sostanziale contraltare del fenomeno come avviene per la creazione di club tutti al femminile.

Per esempio, The Australian Club, prestigioso circolo di Sydney fondato nel 1838, ha bocciato lo scorso giugno la possibilità di ammettere le donne come socie, (fallendo il raggiungimento della soglia fissata al 75%). Più violenta e ben più altisonante la protesta nel confronti dello storico Garrick Club di Londra (luogo che in passato ha negato l'accesso persino alla regina Elisabetta). Cherie Blair (il nome forse dirà qualcosa: parliamo infatti dell'avvocatessa e moglie dell'ex premier Tony Blair) è tra le firmatarie di una campagna supportata dal giornale The Guardian che punta a cambiare la rigida politica del club. "Gli uomini - si legge nel testo della protesta - hanno l'opportunità, attraverso la loro appartenenza, di formare legami con professionisti legali di alto livello e membri della magistratura per sostenere le loro aspirazioni professionali. Questa è un'opportunità espressamente negata alle donne e contribuisce alla grave sottorappresentazione delle donne ai vertici della professione legale". Per la prima promotrice della petizione, l'imprenditrice Emily Bell, la decisione violerebbe i principi dell'Equality Act del 2010. Per ora non esistono movimenti con obiettivi simili nel nostro Paese, anche se le controversie sulla parità sono all'ordine del giorno. Eppure sull'ambito status di membership ora si affaccia un'ombra che è in parte frutto dei processi sociali in corso. Ossia l'idea che quel titolo si basi in parte su una logica che pratica l'esclusione di genere. E quindi avere in mano una tessera simile, oggi scotta un po' di più.

                                                694738B9-3870-4DC2-AF37-85FB2674D75C.jpeg (36 KB)

    

Commenti(0)

Log in to comment